Montagna d’infanzia

a cura di Angela Flori

   Non so quali cambiamenti avesse visto in me quell’anno, ma mio padre aveva già deciso che era arrivata l’ora di portarmi con sé. Salì da Milano un sabato, irrompendo nelle nostre abitudini con la sua Alfa scassata, determinato a non perdere un minuto delle sue brevi ferie. Aveva comprato una mappa che appese al muro con le puntine, e un pennarello con cui aveva intenzione di segnare i sentieri percorsi, come le conquiste dei generali. Il vecchio zaino militare, i pantaloni di velluto al ginocchio, il maglione rosso da scalatore dolomitico sarebbero stati la sua divisa. Mia madre preferì starne fuori, rintanandosi tra i suoi gerani e i suoi libri. Bruno era già in alpeggio e io non facevo che tornare nei nostri posti da solo e sentire la sua mancanza, perciò accolsi volentieri la novità: cominciai a imparare il modo di andare in montagna di mio padre, la cosa più simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui.

Partivamo presto, la mattina, salendo in macchina fino alle frazioni ai piedi del Monte Rosa. Erano località turistiche più in voga della nostra, e insonnolito vedevo scorrere le villette a schiera, gli alberghi in stile alpino di inizio Novecento, i brutti condominî anni Sessanta, i campeggi di roulotte lungo il fiume. Tutta la valle era ancora in ombra e umida di rugiada. Mio padre beveva un caffè nel primo bar aperto, poi si caricava lo zaino in spalla con la solennità di un alpino: il sentiero partiva da dietro una chiesa, o dopo un ponticello di legno, entrava nel bosco e subito si inerpicava. Prima di imboccarlo alzavo un’ultima volta gli occhi al cielo. Sopra le nostre teste splendevano i ghiacciai già illuminati dal sole; il freddo del mattino sulle gambe nude mi dava la pelle d’oca.

Sul sentiero mio padre mi lasciava camminare in testa. Mi stava dietro a un passo, così che potessi sentire una sua parola quando serviva e il suo respiro alle mie spalle. Avevo poche e chiare regole da seguire: uno, prendere un ritmo e tenerlo senza fermarsi; due, non parlare; tre, davanti ad un bivio, scegliere sempre la strada che sale. Lui ansimava e sbuffava molto più di me, tra il fumo e la vita da ufficio che faceva, ma per almeno un’ora non tollerava soste né per prendere fiato, né per bere, né per osservare alcunché. Il bosco non aveva fascino ai suoi occhi. Era mia madre, nei nostri giri intorno a Grana, a indicarmi le piante e gli alberi e insegnarmi i loro nomi, come se fossero persone ognuna con il suo carattere, mentre per mio padre il bosco era solo l’accesso all’alta montagna: lo risalivamo a testa bassa, concentrati sul ritmo delle gambe, dei polmoni, del cuore, in un rapporto privato e muto con la fatica. Calpestavamo sassi levigati dal passaggio secolare di animali e uomini. A volte superavamo una croce di legno, o una targa di bronzo con un nome, o un’edicola con una madonnina e qualche fiore, che davano a quegli angoli di bosco un’aria grave da cimitero. Allora il silenzio tra noi assumeva un altro significato, sembrava l’unico modo rispettoso di passare.

Alzavamo lo sguardo soltanto alla fine degli alberi. Sulla spalla glaciale il sentiero si ammorbidiva, e uscendo al sole incontravamo gli ultimi villaggi alti. Erano posti abbandonati o quasi, anche peggio di Grana, se non per una stalla in disparte, una fontana che ancora funzionava, una cappella ben tenuta. Sopra e sotto le case il terreno era stato spianato e le pietre raccolte in cumuli, e poi scavati canaletti per irrigare e concimare, e terrazzate le rive per farne campi e orti: mio padre mi mostrava queste opere e mi parlava con ammirazione degli antichi montanari. Quelli arrivati dal nord delle Alpi nel Medioevo erano capaci di coltivare la terra a quote a cui nessuno si spingeva. Possedevano tecniche speciali e una speciale resistenza al freddo e alle privazioni. Ormai nessuno, mi disse, sarebbe più riuscito a vivere lassù d’inverno, in un’autonomia assoluta di cibo e di mezzi, come per secoli avevano fatto loro.

Io osservavo le case diroccate e mi sforzavo di immaginarne gli abitanti. Non riuscivo a capire come mai qualcuno avesse scelto una vita tanto dura. Quando lo chiesi a mio padre lui mi rispose nel suo modo enigmatico: sembrava sempre che non potesse darmi la soluzione ma appena qualche indizio, e che alla verità io dovessi per forza arrivarci da solo. 
Disse: – Non l’hanno mica scelto. Se uno va a stare in alto è perché in basso non lo lasciano in pace.
– E chi c’è in basso?
– Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.

Tratto da: Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, Torino, 2016, pp. 31-33.

Paolo Cognetti

Le otto montagne

Nota generale al testo Bibliografia critica
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Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.


L’enumerazione pone in sequenza termini che fanno riferimento a poteri differenti («padroni»). A chi si riferiscono? Credi anche tu che possano rappresentare forme di potere coercitivo? Discutine in classe con i compagni e l’insegnante.

sembrava sempre che non potesse darmi la...


Anche questa notazione sull’enigmaticità delle risposte paterne fornisce chiarimenti sul metodo educativo, che lascia aperti al figlio spazi pedagogici di sperimentazione. L’erranza che non è possibile fisicamente (il padre segue il figlio «dietro a un passo» facendogli sentire continuamente il proprio respiro), diventa necessaria nel percorso della conoscenza e dell’immaginazione.

Erano posti abbandonati o quasi, anche peggio di...


Trascrivi i termini del passo che appartengono al campo semantico del paesaggio montano.

spalla glaciale


Considerato il contesto, quale significato assume l’espressione «spalla glaciale»? L’aggettivo è usato in senso denotativo o connotativo?

l’unico modo rispettoso


In che modo si realizza il “rispetto”? A quale «altro significato» allude il narratore?

A volte superavamo una croce di legno


«A volte superavamo una croce di legno».

In questa frase l’espressione sottolineata è un complemento di:
A mezzo
B specificazione
C materia
D partitivo

passaggio secolare di animali e uomini.


Nell’opera Il Barnabo delle montagne (1933) di Dino Buzzati la montagna è simbolo dell’immortalità: la verticalità del suo profilo rinvia allo scorrere del tempo, alla dynamis indomita e ingovernabile della physis. Nel suo percorso Barnabo può soltanto conquistare il proprio equilibrio interiore, non la sommità e la vastità della natura che la Montagna rappresenta. Il breve romanzo affronta tematiche tipiche dell'opera di Buzzati: la montagna, con la sua immensità, il suo silenzio, la sua atmosfera magica, ma anche il tema dell'attesa, e della volontà di trovare il significato della propria vita.

Leggi il romanzo e prova a interpretare secondo la tua sensibilità la natura montana e la prassi “iniziatica” della salita, che è contemporaneamente esercizio fisico e spirituale, ascesi come illuminazione.

in un rapporto privato e muto con la fatica


Particolarmente stimolante, in proposito, la riflessione proposta da Julius Evola in Meditazioni delle vette (1974), seppur nella prospettiva del suo pensiero filosofico non estraneo a implicazioni fortemente ideologiche. La montagna e l’alpinismo costituiscono per Evola le contingenze attraverso cui l’Io può trovare il proprio centro, tornando alle sue proprie origini (che sono le stesse delle forze elementari della Terra) e connettendosi con la dimensione naturale e cosmica. La pratica dell’alpinismo impone inoltre disciplina interiore, silenzio, controllo, tutti aspetti tipici dell’ascetismo.

mentre per mio padre il bosco era solo l’accesso...


«mentre per mio padre il bosco era solo l’accesso all’alta montagna».

Questa proposizione è:
A una subordinata temporale
B una subordinata consecutiva
C una coordinata
D una subordinata finale

scegliere sempre la strada che sale.


Conosci qualche opera (letteraria, cinematografica, artistica) del passato o attuale in cui la formazione del protagonista si compia attraverso un viaggio? Parlane, esponendo le tue riflessioni personali sul tema. 

Lui ansimava e sbuffava molto più di me


Il diverso comportamento dei due scalatori potrebbe evocare le atmosfere del celebre episodio dell’ascesa al Monte Ventoso dalle Familiari (IV, 1; 1352-1353) di Francesco Petrarca. L’esperienza, risalente all’aprile del 1336, è presentata dal poeta in chiave simbolico-allegorica come viaggio dell’anima alla ricerca della verità e della salvezza: mentre Francesco procede lentamente per sentieri meno impervi e faticosi, il fratello Gherardo  va spedito verso l’alto senza esitazioni.

Mi stava dietro a un passo, così che potessi...


Questa breve notazione costituisce un elemento esplicativo del passo precedente: «cominciai a imparare il modo di andare in montagna di mio padre, la cosa più simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui».

La dimensione avventurosa dell’esplorazione rappresenta l’esperienza di formazione in cui il genitore definisce regole essenziali lasciando al figlio la responsabilità del suo passo. Solo così il viaggio si fa scoperta della propria libertà.

mi dava la pelle d’oca


Lo stile di Cognetti è limpido, colloquiale.
Trovi che sia efficace? Perché? Metti a confronto la tua risposta con le ragioni espresse dall’autore in una intervista:

Tutta la valle era ancora in ombra e umida di...


La rappresentazione, suggestiva a livello visivo, incoraggia riferimenti alle arti figurative.

Appassionato di alpinismo, Leonardo da Vinci rappresentò paesaggi montani sugli sfondi di tanti dipinti, in cui Madonne sorridenti sembravano preludio della serenità del Paradiso: si vedano, ad esempio, le rappresentazioni di Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’agnello (1503 circa, 1508-1510 e oltre, Parigi, Musée du Louvre), della Madonna dei Fusi (o dell’Aspo) (1501-1506 circa, New York, collezione privata) e della Vergine delle Rocce (1491-1493 circa e oltre, Londra, National Gallery). Sull’argomento: https://www.zetaesse.org/post/continuita-leonardo-1 

Durer fissò in acquerelli di largo respiro paesistico e meticolosa accuratezza la rappresentazione delle montagne, come ad esempio nel Castello di Segonzano (1494, Brema, Kunsthalle). Sull’argomento: https://www.cultura.trentino.it/Approfondimenti/Albrecht-Duerer-e-gli-acquerelli-dedicati-alla-Valle-di-Cembra

anni Sessanta


Negli anni Sessanta l’adozione di nuovi materiali da costruzione (il calcestruzzo armato) e la maggiore diffusione del benessere determinarono in Italia un’espansione delle attività edilizie. Speculatori si arricchirono assecondando la domanda di seconde case e alberghi, deturpando irrimediabilmente chilometri di costa e paesaggi montani. Disordinata, senza controlli, dei governi (che tra gli anni ’50 e ’60 lasciarono la massima libertà all’iniziativa privata nel settore edilizio) e senza paini regolatori (cruciale fu la mancata attuazione della legge urbanistica del 1942), la cementificazione poté trasformare il territorio italiano naturale e urbano. Intorno alle città crebbero in fretta sobborghi affollati, costruiti al risparmio, senza il rispetto di norme di sicurezza ed esteticamente brutti.

Sull’argomento numerose le fonti letterarie e filmiche di quegli anni, basti pensare a La speculazione edilizia (1957) e Marcovaldo o le stagioni in città (1963) di Italo Calvino, o a I solti ignoti di Mario Monicelli (1958, con i palazzi in costruzione nella scena conclusiva) e Le mani sulla città di Francesco Rosi (1963).

Partivamo presto, la mattina, salendo in macchina


Consegna per un compito di realtà: in occasione della partecipazione con la tua classe a un’uscita didattica in montagna, redigi un diario di bordo, in cui riporterai la narrazione dell’esperienza e le tue riflessioni personali.

ai piedi del Monte Rosa


La montagna gioca un ruolo fondamentale nel romanzo. Non è soltanto paesaggio, segna il carattere dei personaggi. A p. 34: «Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene».

la cosa più simile a un’educazione che io abbia...


Quando la montagna si configura come luogo ideale per un percorso di formazione e ri/scoperta del sé? Attraverso la modalità della flipped classroomgli studenti potranno cimentarsi nella lettura di alcuni classici sull’argomento, confrontandosi in aula sul quesito oggetto dell’esperienza didattica. Testi consigliati: Mario Rigoni Stern, L'altra mattina sugli sci con Primo Levi; Primo Levi, Ferro; Ernest Hemingway, Un idillio alpino; Guy de Maupassant, Il rifugio; Italo Calvino, L’avventura di uno sciatore; Kafka, Prometeo; Erri De Luca, Il peso della farfalla.

Bruno


Bruno è l’unico bambino che Pietro frequenta a Grana. È generoso e buono. I due condivideranno un’amicizia intensa, posta in particolare risalto nella felice trasposizione cinematografica del romanzo a firma di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch:
(2022, produzione Italia, Belgio, Francia, India; interpreti principali: Luca Marinelli, Alessandro Borghi; colonna sonora: Daniel Norgren; genere: drammatico; durata 147 minuti).

 

sarebbero stati la sua divisa


Nel passo proposto (e anche successivamente: «poi si caricava lo zaino in spalla con la solennità di un alpino») si fa riferimento all’abbigliamento e ai gesti del padre suggerendone un’associazione con la “solennità” degli alpini.

Presta attenzione ai termini relativi alla divisa dell’alpinista e all’uniforme dell’esercito alpino. A tuo parere che cosa rivela questa associazione?

Sulle uniformi alpine puoi consultare il sito: http://www.collezioni-f.it/alpini/uniformi.html  

irrompendo nelle nostre abitudini


Le figure della madre e del padre accompagnano gli anni in cui Pietro scopre la montagna. Del padre il narratore dice: «…era sempre stato un solitario. Faceva il chimico in una fabbrica di diecimila operai, perennemente agitata da scioperi e licenziamenti, e qualunque cosa succedesse là dentro la sera ne tornava carico di rabbia» (p.6).

Salì da Milano un sabato


Durante l’estate Pietro, il protagonista, si trasferisce con la madre a Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa (nella realtà la spopolata frazione di Graines, nel comune di Brusson, Val d’Aosta).
Cerca e visualizza il luogo su una carta geografica.

Indicazione stradale di Grana

Fonte: https://www.valledaosta-guidaturistica.it/location-film-otto-montagne/graines-cartello/

Non so


L’espressione, resa in prima persona, indica che la voce narrante (omodiegetica) dà voce al dubbio; si ripropone, ad esempio, con «Non riuscivo a capire…», ricollegandosi più in generale alla riflessione sui ricordi da parte di Pietro, il personaggio che racconta la storia. Anche il punto di vista, cioè l'angolazione da cui viene osservata la vicenda, gli appartiene. Il lettore apprende solo ciò che lui sa e vede. 

Perché la scelta del narratore e del punto di vista è così importante in un racconto? Quali conseguenze può avere sul piano narrativo?

Montagna d’infanzia


Il testo proposto rappresenta l’incipit del Capitolo Due. Parte prima intitolata Montagna d’infanzia. Pietro, ragazzino milanese, trascorre le sue estati insieme alla madre nel paese di Grana, ai piedi del Monte Rosa. Qui il paesaggio, «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso», diventa lo spazio privilegiato delle esplorazioni, della crescita, della consapevolezza di Pietro e dell’amicizia con Bruno. Ottenute le ferie, il padre li raggiunge. È allora che, in maniera ruvida e spavalda, decide d’insegnare al figlio, insieme alla pratica alpinistica, la responsabilità del diventare uomo. L’io narrante riflette sui ricordi, dialogando con il passato su differenti piani temporali.

Angela Flori


Angela Flori è nata ad Alatri (FR) il 31/07/1968. È laureata con lode in Filologia Classica presso l’Università “La Sapienza” di Roma e diplomata in Pianoforte presso il Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone. È titolare di cattedra in Discipline letterarie e latino presso il Liceo Luigi Pietrobono di Alatri e svolge attività di formatrice e di tutor per docenti. Dal 2023 è docente in posizione di comando presso il Ministero dell'Istruzione e del Merito. Ha insegnato Linguistica presso l’Università Cattolica di Roma.

Ha esordito come scrittrice nel 2008 con un racconto pubblicato nel volume Il Lavoro e i giorni. Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione edito da Ediesse (2008). Per la medesima casa editrice ha pubblicato anche la trilogia Viaggio verosimile nel mondo assurdo della scuola nel volume Consiglio di classe (2009). Nel 2018 per Seme Bianco è uscita la raccolta Equilibri precari; nel 2021 Famiglie e altri labirinti, edito da L'Erudita-Gruppo Giulio Perrone. Il romanzo Se puoi, vieni a baciarmi quando torni ha vinto il Premio Giorgione 2022 per la narrativa inedita ed è pubblicato da Panda Editore.

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Milano, 1978.

Dagli studi in matematica Paolo Cognetti approda alla cinematografia, dopo aver conseguito il diploma presso la Civica Scuola di Cinema di Milano e aver fondato una casa di produzione indipendente. La realizzazione di documentari (Vietato scappareIsbamBoxLa notte del leoneRumore di fondo) si incentra su argomenti di carattere sociale, politico e letterario. Esordisce nella narrativa (per minimum fax) con le raccolte di racconti Manuale per ragazze di successo (2004) e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007, a cui vanno diversi premi); seguirà, qualche anno più tardi e per la medesima casa editrice, il saggio A pesca nelle pozze più profondeMeditazioni sull’arte di scrivere racconti (2014). Nel 2010 pubblica il resoconto di viaggio New York è una finestra senza tende (Laterza) e nel 2014 la guida enogastronomica Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest (EDT) a seguito di soggiorni ed esperienze professionali negli Stati Uniti (la realizzazione di documentari sulla letteratura americana). Nel 2012 esce Sofia si veste sempre di nero (minimum fax), romanzo composto da dieci racconti autonomi, che esplora con intensità l’universo femminile. Particolarmente feconda è la sua passione per la montagna, concepita come elemento-chiave attraverso cui indagare la condizione umana; diverse le opere narrative sul tema: il diario Il ragazzo selvatico (Terre di Mezzo, 2013); il romanzo Le otto montagne (Einaudi, 2016, tradotto in oltre 40 paesi, Strega Giovani e Strega 2017 oltre ad altri riconoscimenti), da cui nel 2022 l’omonimo film di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch (premiato al Festival di Cannes nello stesso anno e David di Donatello nel 2023); il taccuino del viaggio inHimalaya Senza mai arrivare in cima (Einaudi, 2018). Nel 2021 escono il film documentario-podcast Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, e il romanzo La felicità del lupo (Einaudi, 2021), che ripropone situazioni e atmosfere predilette dall’autore unitamente alla scrittura limpida, precisa, che lo caratterizza. A sua firma la curatela della biografia L’Antonia. Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie, 2021).

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Il romanzo è la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno e della loro passione per la montagna. Sebbene diversi per provenienza, estrazione sociale e familiare, Pietro e Bruno intrecciano un legame che li accompagnerà per anni, tra esplorazioni di vette e valli, progetti individuali e comuni, fughe e ritorni. Ogni volta è Pietro a tornare e partire, prima in preda a un rifiuto di tutto ciò che suo padre ha amato, poi cercando in autonomia il proprio cammino di vita.

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