E allora parto da un epistolario che mi piace, l’unico che trovo in casa subito sott’occhio, in una collana che Antonio traslocò dentro uno scatolone. Credo che il matrimonio sia cominciato così: che mischiammo i libri. Che i volumi di meccanica razionale smisero di stare ciascuno da un lato, lì dove avevano trovato spazio, guardinghi, attenti a ripartire appena non fosse più stata cosa: e andarono a vivere assieme. (Le nostre prime cene erano tutte così, cercavamo di incontrarci nel passato: «Quando tu hai fatto Analisi 2 con Mittone, il suo assistente era Gallo, e tre anni dopo io ho fatto l’esame con Gallo»). Si mischiarono due edizioni diverse dello stesso testo, e si incontrarono i classici di scuola, e due fratelli nati a distanza di un’edizione de La fisica di Berkeley. E furono inventati dei settori: «storia locale», «politica», «poesia», le cui etichette esistevano solo nelle nostre teste, e adesso che lui è morto esistono solo nella mia, perché la morte ha questo di disperato: che si resta unici testimoni di qualcosa, dei patrimoni invisibili, delle giornate spettacolari.
Parto da un epistolario che mi piace, una copertina arancione che ingolosisce i ragazzi in classe: oggi vado dritta verso Ciro e glielo poggio sul banco.
– Allora qua dentro c’è un po’ di tutto: lettere ai figli, alla mamma, alla moglie, ai fratelli e agli amici, che ti serve?
Ciro già si era dimenticato, è discontinuo, più che altro gli serve un nuovo modello di scarpe, questo dirà alla madre, senza alcun accento, mai un segno di punteggiatura. Ma poi scriverà una lettera alla moglie: si sono sposati appena lui è stato condannato, in un permesso hanno concepito un bambino.
– Che aveva fatto Gramsci, maè?
– Che importa che aveva fatto? Perché io a voi ve lo chiedo che avete fatto? Era un carcerato, e queste sono lettere di un carcerato. Gli davano ogni quindici giorni un foglio protocollo e gli doveva bastare, tu puoi scrivere un quaderno intero, tiè, che poi la professoressa Aurora te lo corregge pure.
Non gli posso dire che non aveva fatto niente perché non posso offenderli se loro invece sono stati ladri e assassini e complici, e perché bisogna pure ricominciare e farsi uomini nuovi, e noi abbiamo solo questo tempo e questo vascello per armare le vele e sperare nell’abbrivio: «Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio. Io non voglio fare né il martire né l’eroe».
Ciro mi chiama ogni giorno in un modo, sono maestra, dottoressa e prof, ma dice anche «vir’a chesta» e chesta sono io e lo dice davanti a me, tanto io cosa gli faccio? A un allievo di una scuola fuori dovrei mettere una nota, lo caccerei dall’aula, lo spedirei dal preside.
Ma qui l’aula senza sbarre della scuola è la loro unica possibilità, e fuori non li si può cacciare, e quando davvero usciranno, nel cortile delle loro case, pieno di panni stesi e sedie impagliate e motorini, spareranno i fuochi d’artificio: li compreranno dai cinesi a Gianturco senza guardare manco quanto costano. E il nostro preside è dislocato al Centro Provinciale dell’Istruzione per Adulti al corso Malta, dall’altra parte della città, che è come attraversare un continente intero, e quel preside sta oltre strade e persone e palazzi e chiese, a una distanza che diventa tempo e solo un astrofisico saprebbe calcolarla. E una nota in condotta cosa significa per un ragazzo che su di un foglio ha visto scritto il suo nome, e sotto una condanna?
Ciro apre una pagina a caso, poi lo richiude e scosta il libro da sé. Allora Almarina mi chiede se può tenerlo, si alza e fa tutto un lungo giro attorno ai banchi per chiedermelo, che è quel giro lungo che fanno i ragazzi quando hanno paura che gli si dica no, oppure che non si possa e basta. È solo un libro e io credo proprio di poterglielo lasciare, anche se è entrato con me ed era di Antonio. La morte è anche la fortuna di non dover più chiedere permesso.
Tratto da: Valeria Parrella, Almarina, Torino, Einaudi, 2019, pp. 52-54.
Daniela Marro (Latina, 1966) è docente presso il Liceo Scientifico "F. Severi" di Frosinone e Cultrice della Materia presso il Dipartimento di Scienze Umane della LUMSA di Roma. Laurea in Lettere nel 1992 presso «La Sapienza» di Roma e Dottorato di Ricerca in Studi Storici di Letteratura Italiana nel 1998 presso «Roma Tre». Tra le sue pubblicazioni: L’officina di D’Arrigo. Giornalismo e critica d’arte alle origini di un caso letterario (Comune di Alì Terme, Messina, 2002); saggi su rivista «Quaderni di Italianistica», «Letteratura & Arte», «L’Illuminista», «Rivista di Studi Italiani») e volumi miscellanei, fra cui Cinema nostrum. Registi, attori e professionisti ciociari del cinema (Teseo, Frosinone, 2010) e La grande magia. Mondo e oltremondo nella narrativa di Giuseppe Occhiato (Studium, Roma, 2015). Negli ultimi anni ha partecipato ai seguenti convegni: Mod nel 2014, 2015, 2017 e 2018, 2021 e 2022 (con contributi agli atti); “Crescere in poesia” presso la LUMSA di Roma nel 2019 e nel 2021. Ha collaborato dal 2011 a tutt’oggi con «O.b.l.i.o.» e dal 2012 al 2019 con Pearson nell’editoria scolastica (apparati e percorsi didattici a corredo dei manuali di letteratura italiana di G. Baldi per Paravia e G. Langella per B. Mondadori; fascicolo A lezione con “Il Corriere” per Paravia). Figura nel gruppo di ricerca e redazione della piattaforma Diletteratura e tra i referenti Mod Scuola per il Lazio.
E allora parto da un epistolario che mi piace
Nel testo proposto, la professoressa Maiorano propone in classe le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, opera che ha prelevato dalla biblioteca personale condivisa con il marito. L’episodio lascia intravvedere la realtà dell’istituto (gli studenti mostrano tratti di ingenuità pur avendo commesso gravi reati) mettendo a fuoco uno dei temi portanti del romanzo: la possibilità di educare nel difficile contesto di Nisida.
La voce narrante, come in tutta l’opera, è omodiegetica, e coincide con la prospettiva di Elisabetta, le cui riflessioni sono alternate ai dialoghi con gli altri personaggi. La scrittura di Parrella – densa, precisa, a tratti tesa – si avvale di una prosa di registro medio con evidenti influenze del parlato e del dialetto.
La morte è anche la fortuna di non dover più...
Quale significato attribuisci a questa affermazione con cui si chiude il brano?
e io credo proprio di poterglielo lasciare
Analogamente, ne L’isola di Arturo di Elsa Morante (romanzo che è possibile accostare ad Almarina per diversi aspetti, dall’ambientazione isolana al percorso di formazione, dalla presenza del cronotopo carcerario alla trattazione di temi quali la genitorialità e la donna), il primo approccio fra Nunziata, giovane sposa disorientata appena accolta a Procida nella Casa dei Guaglioni, e il figliastro quattordicenne scaturisce dalla discussione su un volume che il ragazzo tiene chiuso davanti a sé. L’opera, intitolata Le vite degli eccellenti condottieri, fa parte del bagaglio di letture mitiche e avventurose che hanno accompagnato la crescita del protagonista, e che invece imbarazza lei, disposta tuttavia a confessare la propria repulsione nei confronti della lettura: «Osservò il libro che, ancora chiuso, era rimasto lì dinanzi a me, e faticosamente, alla maniera dei mezzo analfabeti, ne compitò il titolo: […]. E mi guardò ammirata, come se, per il solo fatto di leggere un libro simile, io stesso ne meritassi il rango di condottiero eccellente. Quindi mi domandò se mi piacesse di leggere. Risposi: - Eh! si capisce! certo che mi piace! Allora, mortificata, ma tuttavia con una sorta di rassegnazione fatalistica (come chi riconosca un fatto su cui non c’è speranza né rimedio), essa mi confessò che a lei, invece, il leggere non piaceva: tanto che quand’era piccerilla e andava a scuola piangeva ogni mattina solo a rivedersi il libro davanti. Di classi, a scuola, era arrivata a terminare la seconda, e poi aveva smesso» (E. Morante, L’isola di Arturo, Torino, Einaudi, 1995, p. 113).
A quale libro, in ambito scolastico e/o personale, attribuisci un significato particolare? Perché? Rifletti sul tema e confrontati con i tuoi compagni in un dibattito in classe.
Allora Almarina mi chiede se può tenerlo, si alza...
In tutto il romanzo è costante l’osservazione di atteggiamenti e comportamenti di Almarina da parte di Elisabetta, che li mette a confronto con i propri talvolta con toni di spietata autoanalisi: «È un nodo, un gomitolo, una scimmia con una tuta sformata d’acetato addosso e va» (p. 24); «“Se la romena vola, allora la scimmia era in me”» (p. 25).
È solo un libro
Il libro che Almarina chiede di tenere rappresenta, sul piano simbolico, una sorta di ideale passaggio di consegne: dal lutto solitario di Elisabetta fiorirà una nuova forma di amore prima come semplice interessamento per le sorti della giovane, poi come decisione di sostenere con l’affidamento quel difficile processo di crescita e di emancipazione.
E una nota in condotta cosa significa per un...
La domanda è volutamente provocatoria: formula una possibile risposta.
E il nostro preside è dislocato al Centro...
Dal passo emerge chiaramente l’intento dell’autrice, ovvero porre l’accento sulle infinite difficoltà incontrate dagli operatori del settore e determinate dagli apparati burocratici; la riflessione, incentrata sul rapporto spazio-tempo da calcolare attraverso l’astrofisica, è chiaramente condotta nella prospettiva dell’io narrante. Nel romanzo ricorrono anche i riferimenti all’unione – una sorta di cordone ombelicale – di Nisida con la costa della penisola: si vedano, ad esempio, la descrizione accurata dell’isola a partire dalla vista della sua passerella («Dal belvedere di Coroglio… […] …ma non sapevamo cosa fosse il carcere», p. 105), o la riflessione sulla sua posizione di fatto non isolata («La comunità di don Valentino è a Pozzuoli la bella. Da Nisida, con un po’ di voglia nelle gambe, ci si arriva a piedi. E intanto la gente ignara corre con la musica nelle orecchie, e i bambini a scuola, e i pescatori sugli scogli, indolenti», p. 106).
manco
L’uso popolare e colloquiale dell’espressione con il significato di “nemmeno”, “neanche” rende efficacemente d’adesione della voce narrante al contesto rappresentato.
nel cortile delle loro case, pieno di panni stesi...
La rappresentazione dell’ambiente degradato da cui proviene buona parte dei minori che scontano la pena a Nisida è qui limitata a pochi elementi. Proponi una riscrittura del passo che tenga conto di altri eventuali particolari descrittivi ricavati da tue letture e/o dalla visione di film o serie TV e/o dalla cronaca giornalistica. Si vedano, ad esempio, le ambientazioni dei romanzi di Roberto Saviano, in particolare Gomorra (2006) e La paranza dei bambini (2016), noti presso il grande pubblico anche nelle trasposizioni per il grande e piccolo schermo.
Gianturco
È il nome di una stazione ferroviaria di Napoli ubicata nella zona industriale della città.
quando davvero usciranno
«Anche per noi vederli andare via è la cosa più difficile, perché: dove andranno. Sono ancora così piccoli, e torneranno da dove sono venuti, e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui. Oppure sono grandi, e allora andranno in altre carceri che non sono questo, che non galleggiano al largo della città involontaria.» (p. 42).
fuori non li si può cacciare
Elisabetta replicherà al direttore del carcere nella prima fase del lungo percorso che la porterà all’affidamento di Almarina: «Ma infatti io non ho paura finché sta qua dentro. Ho paura di fuori, direttore, della città, dell’Italia. Questo mondo mi fa paura, chi l’ha massacrata la prima volta lo farà una seconda… […]» (p. 62).
Nel romanzo la narrazione è spesso incentrata su una dialettica dentro/fuori che segna una vera e propria dimensione eterotopica: l’ambientazione chiusa, dovuta allo spazio prevalente del carcere, è a sua volta delimitata non soltanto dagli scenari naturali dell’isola, interdetti ai detenuti, ma anche dallo sfondo di una città che appare impenetrabile e dagli interni della casa di Elisabetta.
vir’a chesta
L’espressione dialettale sta per “vedi un po’ questa”.
l’eroe
Nei Riferimenti a conclusione del volume, l’autrice indica la fonte delle citazioni a p. 1 e 53: A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio ed Elsa Fubini, Torino, Einaudi 1965.
abbrivio
Cerca sul dizionario l’espressione «armare le vele» e il termine «abbrivio»: qual è il loro significato letterale e figurato? Quali altri vocaboli appartenenti al lessico marinaro conosci? Dopo aver effettuato una sintetica ricognizione al riguardo, spiega perché, a tuo parere, l’autrice ha qui utilizzato un lessico settoriale.
questo vascello per armare le vele
L’immagine scaturisce dall’ambientazione isolana, e nel corso della narrazione si ripropone, con alcune variazioni, in riferimento sia alla stessa Nisida, sia alla flessibilità di Elisabetta, che assume la mobilità di una imbarcazione vera e propria, pronta a salpare ed eventualmente a dissolversi in un mare privo di confini: «È questa, la staratura di Nisida: che quando entro mi devo continuamente ricollocare, riposizionarmi, guardarmi le spalle e dentro, e poi passare di livella sul giudizio» (p. 25); «Nisida sta lì fuori, attraccata» (p. 43); «Quando siamo tornate a Nisida, galleggiava. […] Al primo tornante mi è arrivato addosso l’abbandono. L’abbandono era il mare e il mio cuore era Nisida. L’onda andava e veniva e si infrangeva e mi lasciava bagnata e intanto era già scesa notte, e grandi fari, come quelli degli attracchi mercantili, illuminavano la strada e facevano brillare il portone antiproiettile» (pp. 91-92); «Bisogna nuotare fino al limite del mare territoriale per scoprire che una bracciata più in là è solo acqua e mare lo stesso, e che il confine non esiste. Il confine non esiste. Il carcere non esiste: Nisida scompare, come il vascello fantasma… […].» (p. 113). L’adozione di un lessico marinaro è ripresa nella scena finale del bagno in mare di Elisabetta: «Se si vuole che Nisida salpi, bisogna sciogliere il nodo marinaio cha la tiene attraccata alla sua città regale, se si vuole essere liberi, ci si deve sentire liberi» (p. 114).
Si tratta della docente di lettere, donna determinata, volitiva, animata da una pragmaticità che finisce per configurarsi – in modo piuttosto schematico, a tratti semplicistico – speculare rispetto al sistema di persuasioni e valori che la professoressa Maiorano vive nel pieno di una crisi profonda. Aurora ammansisce gli studenti con le sue caramelle colorate, e non esita a farsi carico del battesimo della figlia di una detenuta, bambina anche lei.
io a voi ve lo chiedo
La costruzione sintattica, aderente alla lingua parlata e non corretta sul piano grammaticale, rivela qui la sua efficacia sul piano espressivo: perché?
Gramsci
Antonio Gramsci (Ales, Cagliari, 1891 – Roma, 1937), segretario del Partito Comunista, deputato e fondatore del quotidiano «L’Unità», fu perseguitato dal governo fascista e condannato nel 1928 a venti anni di reclusione, scontati in buona parte nell’istituto di Turi. Nel romanzo la sua figura è proposta già in epigrafe attraverso una citazione dalle Lettere dal carcere («E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola che voglio educare») e richiamata in altri momenti della narrazione: «Almarina si tiene tutti i libri che le porto, si è tenuta Gramsci e io mi sono dispiaciuta perché se ci avessi pensato le avrei portato Jane Eyre…», p. 62; «Spieremo i suoi giochi dalla finestra e, sotto il davanzale, lasceremo una rosa e una lucertola», p. 121.
Ciro già si era dimenticato, è discontinuo, più...
Il passo pone in risalto la natura contraddittoria della condizione dei minori detenuti nel carcere: sono al tempo stesso bambini (la richiesta delle scarpe nuove da rivolgere alla madre) e adulti in quanto vittime di una precocità – per lo più maturata negli ambienti criminali – che ha sottratto loro le fasi della crescita.
ingolosisce
Perché l’autrice utilizza questo verbo? Nel rispondere, considera il contesto in cui avviene l’azione.
copertina arancione
dei patrimoni invisibili, delle giornate...
Fornisci una interpretazione delle due espressioni, prestando particolare attenzione al sostantivo «patrimoni» e all’aggettivo «spettacolari».
Le nostre prime cene erano tutte così, cercavamo...
Qual è il significato dell’espressione? Poi rifletti: anche tu, nelle fasi iniziali di una nuova frequentazione, ricostruisci il quadro di eventuali esperienze comuni condivise in passato?
appena non fosse più stata cosa
«appena non fosse più stata cosa»: l’espressione, che equivale a “quando la relazione fosse finita”, calca moduli del parlato influenzato dal dialetto.
Che i volumi di meccanica razionale smisero di...
Il periodo presenta una evidente personificazione: quale? Attribuisci ad essa una funzione sul piano espressivo in relazione al contenuto.
mischiammo
Ti sembra che il verbo mischiare, riproposto più avanti, sia qui utilizzato correttamente? Con quale sinonimo lo sostituiresti nel contesto del discorso?
Antonio
Si tratta del marito di Elisabetta, scomparso prematuramente per un infarto. Nel romanzo il motivo della elaborazione del lutto da parte della donna risulta strettamente connesso alle diverse fasi della relazione con la giovane detenuta.
mi piace,
La voce narrante è quella di Elisabetta Maiorano, docente di matematica, che ha conosciuto da pochi giorni una nuova detenuta, Almarina Luchian. La ragazza ha avuto nei confronti dell’insegnante un approccio diffidente, che pian piano diviene sempre più stretto e confidenziale. Almarina ha chiesto aiuto alla professoressa per scrivere una lettera; Elisabetta, consapevole dei propri limiti nella scrittura («Io non so scrivere lettere. So mettere in bella forma la dimostrazione di un teorema, fare una tesi compilativa, produrre un articolo scientifico, impiantare un budget», p. 49), si è confrontata con le colleghe nella stanza dei professori, convincendosi dell’utilità di leggere in classe di un epistolario.
×
Torre Del Greco (Napoli), 1974. Laureata in lettere antiche, specializzata come interprete della Lingua Italiana dei Segni, Valeria Parrella vive e lavora a Napoli. Attiva in campo teatrale con diverse pubblicazioni (Il verdetto, Bompiani, 2007; Tre terzi, Einaudi, 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale; Ciao maschio, Bompiani, 2009; Antigone, Einaudi, 2012; Euridice e Orfeo, Bompiani, 2015) e collaborazioni significative (a Napoli nel 2007 per il Teatro Stabile, nel 2011 per il San Carlo, nel 2016 per il Teatro Nazionale), scrive da anni anche per diverse testate giornalistiche («Grazia», «La Repubblica», «L’Espresso»). L’opera narrativa d’esordio, la raccolta Mosca più balena (Minimum Fax, 2003, Premio Campiello Opera Prima), inaugura una prima fase incentrata sul racconto, che rivela in nuce alcuni fra i temi prediletti dall’autrice: l’attenzione per l’attualità e il sociale (in particolare per la condizione femminile), la sensibilità per le dinamiche familiari e per le questioni educative, lo sguardo critico rivolto alla complessa realtà della città partenopea. Seguirà l’approdo al romanzo, grazie al quale Parrella affina la capacità di penetrare materia umana vivissima e di dare voce a una personale visione etico-politica, ottenendo riscontri importanti e consolidando la collaborazione con Einaudi: Lo spazio bianco (2008), da cui il film omonimo di Francesca Comencini; Ma quale amore(2014, già edito da Rizzoli nel 2010); Lettera di dimissioni (2011); Tempo di imparare (2013); Troppa importanza all’amore (2015); Enciclopedia della donna. Aggiornamento (2017); Almarina (2019), terzo posto al Premio Strega 2020. In seguito escono per HarperCollins Quel tipo di donna (2020), romanzo on the road, e per Feltrinelli La Fortuna (2022), ambientato nella Napoli dell’antichità, a cui vanno diversi riconoscimenti nel 2023 (fra questi, i Premi Mondello e Costa Smeralda). A sua firma la curatela della edizione italiana de Il fiume di Rumer Godden (Bompiani, 2012).
×
×
Il romanzo racconta di Elisabetta Maiorano, cinquantenne senza figli, che insegna matematica nel carcere minorile di Nisida: ha perso di recente il marito, e da Napoli, ogni giorno, raggiunge l’isola. Nella dolorosa fase di elaborazione del lutto, conosce la detenuta Almarina Luchian, sedicenne romena dai trascorsi drammatici; si lega alla giovane a tal punto da chiederne l’affidamento, sperando che lei possa archiviare il passato e progettare un futuro diverso. L’opera mette a frutto una singolare esperienza educativa e didattica: il laboratorio di scrittura creativa tenuto da Parrella nell’istituto di Nisida con altri sei autori, da cui il volume L’ultima prova (Napoli, Guida Editori, 2018) a firma del collettivo I Nisidiani.
×
Daniela Carmosino, Uccidiamo la luna a Marechiaro. Il Sud nella nuova narrativa italiana, Roma, Donzelli Editore, 2009.
Marco Iezzi-Tonia Mastrobuoni, Valeria Parrella, 1974, scrittrice, in Gioventù sprecata.Perché in Italia si fatica a diventare grandi, Bari, Laterza, 2010.
Filippo La Porta, Valeria Parrella, in Uno sguardo sulla città. Gli scrittori contemporanei e i loro luoghi, Roma, Donzelli Editore, 2010.
Margherita Ranaldo, Dal ventre metropolitano a nuovi spazi narrativi. La Napoli sospesa di Elena Ferrante e Valeria Parrella, in Geografie della modernità letteraria, M. Tortora e S. Sgavicchia (a cura di), tomo II, Pisa, Edizioni ETS, 2017, pp. 65-72.
Massimo Recalcati, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Milano, Feltrinelli, 2016.