Monotone piche

a cura di Lucia Battistel

Fila il pioppo ancora un aureo sole
davanti a un trasparire d’alta luna.
Monotone piche, cessate d’insistere.

Piero Bigongiari

Il corvo bianco

Nota generale al testo Bibliografia critica
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Lucia Battistel


Lucia Battistel (Milano, 1996)

In seguito alla laurea magistrale in Filologia Moderna alla Cattolica di Milano, ha conseguito un Master in Didattica dell’Italiano L2 presso lo stesso ateneo e ha insegnato Lettere, Latino e Storia in un liceo internazionale di Milano (2021-2022). Da novembre 2022 è dottoranda in co-tutela in Letteratura Italiana presso l’Università LUMSA di Roma e la KU Leuven (Belgio), e lavora ad un progetto di Letteratura Italiana Contemporanea inerente all'intertestualità biblica e allo status teologico della poesia di Mario Luzi e di Piero Bigongiari, sotto la supervisione della prof.ssa Caterina Verbaro (LUMSA) e del prof. Bart Van Den Bossche (KU Leuven). Il dialogo tra Bibbia, teologia e ‘dizione ermetica’ è una tematica che approfondisce da tempo; vi ha già dedicato la propria tesi magistrale, focalizzata sul richiamo biblico nell’ultima trilogia poetica di Luzi. Ha partecipato in qualità di relatrice a seminari e convegni internazionali presso l’Università di Roma Tre, l’Università di Varsavia, l’Università di St Andrews, l’Università di Ghent e l'Università di Leiden. Fa parte del comitato editoriale della Rivista di Studi su Mario Luzi «Luziana», del gruppo di ricerca ‘DiLetteratura’ dell’Università LUMSA e del research lab sul modernismo 'MDRN' di KU Leuven. Ha pubblicato per «Luziana» e «Siculorum Gymnasium». Altri articoli sono in pubblicazione su «RISL» e «Scaffale Aperto».

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Monotone


Perché, secondo te, il poeta definisce le piche "monotone"? Che valenza simbolica può avere questa definizione, se riconsideriamo le piche come emblema della tradizione letteraria?

davanti a un trasparire d’alta luna


Quante sillabe ha questo verso? Considera, poi, anche gli altri due. Si tratta di versi tipici della tradizione letteraria? Noti qualche anomalia? Se sì, come potresti motivarla? (un indizio: soffermati sull'ultimo verso). 

piche,


‘Pica’ è il nome più ricercato e prezioso per indicare la gazza. Il termine si conserva ancora nella sua denominazione scientifica (Pica pica), e ha avuto una grande fortuna letteraria. Le piche sono infatti le protagoniste di un mito narrato da Ovidio in Metamorfosi, V: sconfitte in una gara di canto dalla musa Calliope, le figlie di Piero, re di Tessaglia (dette anche Pieridi), furono trasformate, come punizione per la loro superbia, negli uccelli che presero il loro nome ('piche', per l'appunto). Il mito ha trovato grande risonanza letteraria grazie anche alla mediazione dantesca: Dante ne ricorda infatti la vicenda in Purgatorio I, vv. 7-12: «Ma qui la morta poesì resurga, / o sante Muse, poi che vostro sono; / e qui Caliopè alquanto surga / seguitando il mio canto con quel suono / di cui le Piche misere sentiro / lo colpo tal, che disperar perdono».

 

          

La specie Pica pica, anche detta, più comunemente, 'gazza' 

 

aureo sole


Il sintagma è un ricordo leopardiano: ne troviamo un’occorrenza significativa, sempre in contrasto con la luce della notte, nel canto della Ginestra («Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle / o sono ignote, o cosí paion come / essi alla terra, un punto/ di luce nebulosa», vv. 180-183). L’utilizzo del vocabolario leopardiano non deve stupire: Bigongiari dedicò al recanatese la propria tesi di laurea, poi pubblicata nel 1936 con il titolo L’elaborazione della lirica leopardiana. Il sintagma ricorre anche con una certa frequenza in Foscolo, come nell'Inno a Venere, vv. 221-223: «De' Beoti al confin siede Aspledone:città che l'aureo sol veste di lucequando riede all'occaso».

cessate d’insistere.


Individua le figure retoriche di posizione, di contenuto e di suono presenti nel componimento e spiegane il valore contestuale: che messaggio vogliono dare al lettore? 

pioppo


L’albero del pioppo ha una lunga fortuna letteraria. Ricercane le principali occorrenze nella letteratura italiana, prestando particolare attenzione alla connotazione che gli viene attribuita. 

Monotone piche


Monotone piche è un testo estremamente lapidario, e presenta al lettore un quadretto naturale evocativo: sta per farsi notte e il pioppo filtra ancora la luce del sole calante tra le foglie. La luce comincia a farsi vedere alta nel cielo. La pace evocata dai primi due versi viene disturbata dall'apostrofe alle piche, pronunciata dal poeta annoiato dal loro gracchiare. L’apparente semplicità del testo è complicata da una sintassi che, nel caso del primo verso, non rispetta l’ordo naturalis della frase, e dal riferimento dotto alle piche, nome ricercato e ormai solo scientifico che ha avuto lunga fortuna letteraria, in primis nella Commedia dantesca (vedi i marginalia alla parola ‘piche’).

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Piero Bigongiari nasce il 15 ottobre 1914 a Navacchio, in provincia di Pisa. Nel 1925 si trasferisce con la famiglia a Pistoia, dove si diploma in studi classici (al Liceo “Niccolò Forteguerri”) e, successivamente, si sposta per gli studi universitari a Firenze, dove prende parte attiva alla cosiddetta ‘generazione dell’ermetismo’, stringendo importanti amicizie con, tra gli altri, Mario Luzi, Carlo Bo, Eugenio Montale e Carlo Emilio Gadda. Si laurea nel 1936 sotto la supervisione di Momigliano, lavorando a una tesi sulla lirica leopardiana. Nel 1941 si sposa con Donatella Carena, figlia del pittore, ma il matrimonio ha breve durata. È dell’anno dopo il suo esordio poetico, con la raccolta La figlia di Babilonia. Nel 1948 sposa Elena Ajazzi Mancini, la sua seconda e ultima moglie. Gli anni ’50 sono segnati da numerosi contributi per programmi radiofonici RAI, la redazione della rivista letteraria «Paragone» e la pubblicazione di alcune raccolte poetiche: Rogo (1952), Il corvo bianco (1955) e Le mura di Pistoia (1958). Dagli anni ’60 alla fine degli anni ’80 è professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Firenze, e pubblica opere poetiche come La torre di Arnolfo (1964), Antimateria (1972), Moses (1979) e Col dito in terra (1986). Si distingue anche come critico letterario, pubblicando molti saggi sulla poesia novecentesca, specialmente italiana e francese. Tra questi, si ricordano Poesia italiana del Novecento (1960) e La poesia come funzione simbolica del linguaggio (1972), in cui mostra particolare attenzione alla linguistica psicanalitica di Jacques Lacan. Particolarmente affascinato dal barocco, si dedica altresì alla critica artistica, pubblicando Il Seicento fiorentino (1975). Nel 1994 revisiona alcuni testi composti in giovinezza, dal 1933 al 1942, e li pubblica nella raccolta poetica L’arca (1994). Muore il 7 ottobre 1997 all’età di 83 anni, afflitto da un male incurabile.

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Il corvo bianco (1955) è la terza opera di Bigongiari, e include componimenti scritti nel triennio 1952-1954. Insieme con le precedenti La figlia di Babilonia (1942) e Rogo (1952) e le successive Le mura di Pistoia (1958) e Torre di Arnolfo (1964), la raccolta fa parte di Stato di cose, che l’autore descrive come un ‘Canzoniere aperto’: «Un canzoniere vero e proprio ha una compiutezza, a cui la corrispondenza […] dei termini singoli di questo mio Stato di cose può sì accennare, […] ma che anche l’idea di Bildungsroman che lo sottende mantiene aperta, per non dire dirompe, in una continua incognita che l’idea di canzoniere, nella sua totalità, esclude per definizione» (Piero Bigongiari, Tutte le poesie (1933-1963), a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Firenze, Le Lettere, 1994, p. 371). Il titolo de Il corvo bianco, come scopriamo dall’epigrafe che apre la raccolta, è tratto da un frammento dell’Inno ad Aton del faraone Akh-en-aton (Amenofi  IV, che regnò in Egitto nel XIV secolo a.C.), che recita: «Il cigno diverrà nero, il corvo bianco». Il simbolo del corvo bianco rimanda altresì alla tradizione veterotestamentaria, se a Bigongiari preme precisare che: «Mi corre l’obbligo […] di dire che Il corvo bianco […] forse può spiegarsi s’io, qui di seguito, riporto dall’VIII della Genesi i versetti 6-12: “E in capo a quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca, e mandò fuori un corvo, il quale uscì, andando e tornando, finché l’acque furono asciugate sulla terra. Poi mandò fuori una colomba, per vedere se l’acque fossero diminuite sulla superficie del suolo. Ma la colomba non trovò dove posar la pianta dei piedi, e tornò da lui nell’arca, perché c’eran dell’acque sulla superficie di tutta la terra; ed egli stese la mano, la prese, e la portò con sé dentro l’arca. E aspettò altri sette giorni, poi mandò di nuovo la colomba fuori dell’arca. E la colomba tornò a lui, verso sera; ed ecco, essa aveva nel becco una foglia fresca d’ulivo; e Noè capì che l’acque erano scemate sopra la terra, aspettò altri sette giorni, poi mandò fuori la colomba. Ma essa non tornò più a lui”. Forse io vidi simil volo tornare alla mia arca di uomo moderno?» (Piero Bigongiari, Tutte le poesie…, p. 368). La tematica chiave della raccolta è senz’altro quella del viaggio, declinato talvolta come ritorno alle origini, talvolta come tensione verso l’ignoto: il poeta aspira a tornare ai luoghi d’infanzia, particolarmente segnati dalla figura della madre, e al tempo stesso muoversi verso dimensioni altre, ancora sconosciute.

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  • Per Piero Bigongiari. Atti della giornata di studio (Firenze, 25 novembre 1994), a cura di E. Biagini, Roma, Bulzoni, 1997.
  • P. Bigongiari, La poesia pensa. Poesie e pensieri inediti. Leopardi e la lezione del testo, a cura di P. F. Iacuzzi, E. Biagini, Firenze, Olschki, 1999.
  • P. Bigongiari, Nel mutismo dell’universo. Interviste sulla poesia 1965-1997, a cura di A. Dolfi, Roma, Bulzoni, 2001.
  • L’ermetismo e Firenze. Luzi, Bigongiari, Parronchi, Bodini, Sereni, vol. II, a cura di A. Dolfi, Firenze, Firenze University Press, 2016
  • S. Ramat, Invito alla lettura di Piero Bigongiari, Milano, Mursia, 1989.
  • L. Vitacolonna, Un’analisi strutturale: Il corvo bianco di P. Bigongiari, in «Enthymema», V, 2011, pp. 148-157.