Sonetto

a cura di Salvatore Iacopetta

Ell’era così fragile e piccina
Che più che amor, di lei pietà sentia;
D’angioletto parea la sua testina,
Così diafana ell’era, e così pia.

Le orazioni dicea sera e mattina,
Di notte avea paura e non dormia,
Piacevanle le bacche d’uvaspina
Le chicche, e mi dicea: dolcezza mia!

Ella era piena di delicatezze,
Piangea di tutto, e sorridea di tutto,
Vivea di zuccherini e di carezze.

Eppur quel fior sì frale e delicato
Ha la mia forte gioventù distrutto,
Ha la saldezza del mio cor spezzato.

Igino Ugo Tarchetti

Disjecta

Nota generale al testo Bibliografia critica
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Salvatore Iacopetta


Salvatore Iacopetta è Dottore di Ricerca in Educazione, linguaggi, culture presso la LUMSA di Roma. Membro di Modlet, ADI e SIPED, i suoi studi privilegiano le indagini d’archivio, la letteratura contemporanea e il suo dialogo con i mezzi cinematografico e televisivo, secondo una prospettiva interdisciplinare che abbraccia i rami pedagogico e linguistico-letterario. Ha condotto una ricerca dottorale intitolata Promuovere ben-essere nel tempo dell’Antropocene, ha pubblicato su varie riviste e
suoi contributi sono stati accolti in volumi quali La parola che quadra e che scompiglia, a cura di C. Verbaro, Imparare gli affetti, curato da C. Costa, e Elsa
Morante e La storia del romanzo, a cura di M. Tortora; è inoltre autore della monografia Giusi Verbaro, L'estetica dello spirito tra parola, arte e critica (FlorenceArt, Firenze 2025) e curatore di In Itinere. Declinazioni pedagogico-letterarie del viaggio (Anicia, Roma 2026).

Sonetto


Il testo è un sonetto in endecasillabi con schema rimico ABAB ABAB CDC EDE.

Apparso per la prima volta su «L’illustrazione universale» in data 22 marzo 1868, il componimento raggiunse, sin dalla sua prima uscita, un successo straordinario: fu infatti riproposto ne «Il Gazzettino Rosa. Strenna» e in «La Fama» (1869), su «L’illustrazione popolare» (30 giugno 1872), quindi nella Strenna della Illustrazione universale per l’anno 1875, edita a Milano da Treves, e ancora nella milanese «Rivista Minima» (25 novembre 1877), col titolo Sonetto. Entrò infine, in quarta posizione, nella silloge Disjecta. Versi (a cura di D. Milelli, Zanichelli, Bologna, 1879).

Il sonetto costituisce un efficace esempio della vis dissacratoria di Tarchetti nei confronti della precedente tradizione poetica ottocentesca: il contenuto, dichiaratamente parodico, ripropone infatti le convenzionali movenze della fanciulla idealizzata dalla lirica romantica, ma le sottopone a un costante procedimento di deformazione ironica. L'ironia diviene così lo strumento attraverso cui l'autore demistifica i temi e gli stilemi del sentimentalismo romantico, dall'eccessiva idealizzazione amorosa alle descrizioni di una femminilità eterea e angelicata.

Il fulmen in clausula rovescia infine le aspettative e riconduce il testo al nucleo della poetica tarchettiana: la fragile figura femminile, apparentemente innocua, si rivela capace di annientare la «forte gioventù» del poeta. Attraverso questo capovolgimento, Tarchetti non soltanto parodizza i modelli lirici della tradizione, ma esprime anche una più ampia critica nei confronti dei valori e delle convenzioni della società borghese del suo tempo.

spezzato.


Si legga il seguente componimento e lo si confronti con Ell’era così fragile e piccina. Si evidenzino analogie e differenze tra i due testi, sia sul piano contenutistico sia su quello formale. Si conduca infine una breve ricerca per individuarne l'autore e verificare se esista un rapporto col primo componimento.

Aveva un cuor sì mite e sì buonino / Che cuor più dolce non si può trovare; / Non scendea che di rado al suo giardino / Che i fioretti temea di calpestare. / Tenea nella gabbietta un canarino / E sel facea tra le labbra beccare, / Le feste che faceva al suo micino / E al cagnolin non si posson narrare. / Ell’era tutta grazia e tutta affetti, / Come sogliono i putti amava molto / I fiori, i grilli e i vivaci augelletti, / E nondimeno io avea tutto il suo amore, / Io era alto e fiero e disinvolto, / E m’ha piantato una lama nel cuore.

quel fior sì frale


Si nominino le due figure retoriche, una del suono e l’altra del significato, presenti nell’espressione sottolineata.

zuccherini


Si elenchino nel testo le forme alterate (diminutivi e vezzeggiativi). Quale immagine della donna contribuiscono a costruire? Quale effetto producono sul tono complessivo del sonetto?

Piangea di tutto, e sorridea di tutto,


Si indichi, tra le seguenti, la figura retorica del significato contenuta nel verso evidenziato.

  • Analogia;
  • Antitesi;
  • Ossimoro;
  • Iperbole.

delicatezze


A partire dagli elementi descrittivi presenti nel sonetto, si realizzi (anche in gruppo) un ritratto della giovane, cercando di rappresentarne non solo l'aspetto fisico, ma anche il carattere e la personalità, mediante tecniche pittoriche tradizionali oppure strumenti digitali e multimediali. Si confronti successivamente il proprio elaborato col ritratto cinematografico di Fosca nel film Passione d'amore (1981) di Ettore Scola (). Si classifichino quindi, anche mediante una tabella, le principali somiglianze e differenze tra la figura immaginata a partire dal sonetto e quella proposta dal film, prendendo in considerazione sia gli aspetti fisici sia quelli psicologici.

chicche


Si spieghi il significato letterale e figurato della parola chicche.

Le orazioni dicea sera e mattina,


Si confronti il componimento tarchettiano col sonetto barocco Chioma rossa di bella donna (a seguire), di Giovan Leone Sempronio. Se ne descrivano forme e contenuti, illustrando in che modo entrambi i testi si discostino, seppure in maniera diversa, dai canoni della lirica petrarchesca nella rappresentazione della bellezza femminile e dell'amore.

Tutta amor, tutta scherzo e tutta gioco, / il suo vermiglio crin Lidia sciogliea, / e un diluvio di fiamme a poco a poco / sovra l’anima mia piover parea. / E con ragion, s’io dal mio cor traea / mille caldi sospir languido e fioco, / succeder finalmente un dì devea / a vento di sospir pioggia di foco. / Certo costei nel tuo bel regno, Amore, / scioglie, quasi cometa, il crine ardente, / per minacciar la morte a più d’un core; / o pur, per gareggiar col sol lucente, / tinge la chioma sua di quel colore, / di cui la tinge il sol ne l’orïente.

parea


Si individuino nel testo tutte le forme verbali all’imperfetto indicativo di terza persona singolare. Quale caratteristica morfologica e fonica condividono?

sentia


Si identifichi la figura retorica dell’ordine contenuta nel verso.

Ha la mia forte gioventù distrutto,
Ha la...


Domenico Milelli, soffermandosi su questi versi, nell’introduzione alla prima edizione di Disjecta ricorda così l’amico Tarchetti: «Ci è dentro un’anima ammalata; ma di una malattia di cui si può quasi fare con sicurezza la diagnosi. Pochi l’ànno patita come lui, pochi amarono come egli amò».

Ella era


Nell’aprile del 1859 Emilio Praga delinea un ritratto femminile nell’epicedio La morta del villaggio (componimento che fa parte di Tavolozza, prima raccolta poetica edita a proprie spese nel 1862, presso il milanese Gaetano Brigola), in cui compare tale espressione. Al v. 11 si legge infatti: «ella era brutta, e in cenci avea la vesta…»

testina,
Così diafana


Nel racconto fantastico I fatali, contenuto nell’antologia dei Racconti fantastici (Treves, Milano, 1869), Tarchetti, richiamando il lessico del sonetto, scrive: «quella sua testa, così diafana e così bianca, la si sarebbe creduta appartenere ad un fanciullo, ad una creatura fragile e delicata…»

Ell’era


Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli: https://www.treccani.it/magazine/strumenti/una_poesia_al_giorno/11_25_tarchetti_iginio_ugo.html

piccina


Audiolettura del sonetto: https://?si=0Ey0hmauu32DzE-K

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Igino Pietro Teodoro Tarchetti nasce a San Salvatore Monferrato (Alessandria) il 29 giugno 1839, da Ferdinando Tarchetti e Giuseppa Monti.

Quintogenito di una famiglia dell’alta borghesia piemontese, in seguito al compimento degli studi classici presso il collegio Trevisio dei Padri Somaschi, tra Valenza e Casale, entra a far parte del Commissariato militare dell’esercito sabaudo in qualità di ufficiale. Dopo un biennio trascorso nell’Italia meridionale, impegnato nella repressione del brigantaggio, nel 1863 viene trasferito a Varese, dove incontra Carlotta Ponti, con la quale intreccia una complessa relazione sentimentale. L’anno successivo si stabilisce a Milano, dove entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura: frequenta il salotto della contessa Clara Maffei e stringe amicizia con Achille Bizzoni, Felice Cameroni, Antonio Ghislanzoni, Leone Fortis e, soprattutto, Salvatore Farina; adotta inoltre il nome Ugo, in omaggio a Foscolo.

Nel 1865, durante un soggiorno a Parma, conosce Carolina (o Angiolina), affetta da epilessia, figura che ispirerà il personaggio di Fosca, protagonista del celebre romanzo del 1869, nonché espressione emblematica delle nevrosi dello scrittore, della sua immaginazione inquieta e ossessiva. Abbandonata definitivamente la carriera militare, fa quindi ritorno a Milano.

La sua poetica, all’insegna di tradizione e innovazione, se da un lato è ispirata alla grande letteratura europea, specialmente francese, dall’altro si distingue per la varietà dei generi praticati (dal romanzo alla poesia, dal racconto all’articolo di giornale). Tarchetti approda così alla pubblicazione dei primi romanzi e collabora con numerosi periodici e riviste (dal «Gazzettino rosa» a «Il Pungolo», dalla «Rivista minima» all’«Emporio pittoresco», da «L’illustrazione universale» a «La Palestra musicale»). Risalgono a questi anni le prose poetiche Canti del cuore (1865), i romanzi Paolina. Mistero del Coperto dei Figini (1866) e Una nobile follia. Drammi di vita militare (1867), inizialmente apparsi a puntate, nonché le raccolte di racconti Amore nell’arte e Racconti fantastici (entrambe del 1869). Parallelamente continua a scrivere articoli, poesie, novelle e racconti, tra cui si ricorda Storia di una gamba (1869).

Affetto da tisi, viene assistito dall’amico Salvatore Farina, nella cui casa trascorre gli ultimi anni della sua vita. Muore il 25 marzo 1869, in seguito a un attacco di febbre tifoidea. Sepolto nel Cimitero Monumentale di Milano, nel 1871 Emilio Praga compone in suo onore il carme Sulla tomba di Igino Ugo Tarchetti.

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Disjecta (1879) è una raccolta postuma di Iginio Ugo Tarchetti, nella quale confluiscono carmi e liriche apparsi su riviste e giornali tra il 1867 e il 1869, raccolti in maniera organica e assemblati criticamente grazie allo scrupoloso impegno di successivi curatori.

«Notevoli per delicatezza d’affetto e singolarità d’idee», i suoi versi esemplificano temi e forme propri della Scapigliatura: dalla critica dissacratoria verso la precedente società romantico-risorgimentale alla fascinazione per il macabro (scenari notturni, cimiteri, ossa, cadaveri), dall’ossessione per la morte (scandita da sofferenza fisica e spirituale, malattia e vecchiaia) alla fusione dolorosa tra eros e thanatos (fantasie necrofili), dalla centralità dell’arte a quella della donna.

L’intero panorama di elementi gotico-fantastici che aveva costituito lo scheletro del Romanticismo europeo, accolto dall’Italia con qualche decennio di ritardo, viene qui rappresentato mediante un tono plurilinguistico (il lessico tradizionale è impreziosito da tecnicismi propri della medicina, della scienza e della biologia) e pluristilistico (voci basse e colloquiali alternate a forme dotte, rare o arcaiche) che, seppur tradizionalmente letterario e d’imitazione leopardiana, abbraccia tuttavia espressioni più moderne, introducendo per la prima volta un linguaggio realista e aprendosi alla musicalità della recitazione.

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  • Luigi Baldacci, Poeti minori dell’Ottocento, Milano Napoli, Ricciardi, 1958, IX-XLVI; 893-899
  • Armando Balduino, Poeti minori dell’Ottocento: Rassegna di antologie, in «Lettere italiane», XVI, 3, 1964, pp. 339-357
  • Filippo Bettini, La critica e gli scapigliati, Bologna, Cappelli, 1976, pp. 9-69; 103-173; 192-209
  • Giosuè Carducci, Prefazione ai Nuovi Versi di Vittorio Betteloni, Bologna, Zanichelli, 1880, pp. I-XLVII; poi con il titolo Dieci anni a dietro, in Bozzetti e Scherme, Carducci, Edizione Nazionale delle Opere, XXIII, Bologna, Zanichelli, 1937, pp. 235-267
  • Enrico Ghidetti, Introduzione, in I.U. Tarchetti, Tutte le opere, a cura di Enrico Ghidetti, II, Bologna, Cappelli, 1967, 5-72
  • , Igino Ugo Tarchetti, in «Belfagor», XXIII, 1968, pp. 439-450
  • Antonio Girardi, La lingua poetica tra Scapigliatura e Verismo, in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», CLVIII, n. 504, 1981, pp. 573-599
  • Marziano Guglielminetti, Poeti minori dell’Ottocento, in «Lettere Italiane», XIII, n. 4, 1961, pp. 456-463
  • Gaetano Mariani, Storia della Scapigliatura, Caltanissetta Roma, Sciascia, 1967, pp. 37-102; 209-229; 301-388; 400-472; 491-494; 510-584; 603-615
  • Domenico Milelli, U. Tarchetti, in I.U. Tarchetti, Disjecta. Versi, a cura di Domenico Milelli, Bologna, Zanichelli, 1879, pp. III-XXIII; 53-55
  • Roberto Mosena, Introduzione, in I.U. Tarchetti, Frammenti lirici, a cura di Roberto Mosena, Lanciano, Carabba, 2017, pp. 7-46
  • , Ragguagli bibliografici e un restauro prima dell’edizione critica di Disjecta, in «Italica», XCIV, n. 2, 2017, pp. 232-242
  • Francesco Muzzioli, Tarchetti e la poesia della Scapigliatura, in I.U. Tarchetti, Disjecta. Versi, a cura di Francesco Muzzioli, Gaeta, deComporre, 2013, 5-11
  • Piero Nardi, Scapigliatura: da Giuseppe Rovani a Carlo Dossi, Milano, Mondadori, 1968, pp. 7-30; 61-86
  • Giuseppe Petronio, Poeti minori dell’Ottocento, Torino, UTET, 1965, 9-57; 597-605
  • Cinzia Sartini, Tarchetti’s “fame”: Revisiting the Myth of the Scapigliato as Misfit Genius, in «Italica», XCII, n. 2, 2015, pp. 337-357
  • Lavinia Spalanca, Vita e opere di Igino Ugo Tarchetti, in I. U. Tarchetti, Una nobile follia, a cura di Lavinia Spalanca, Ravenna, Pozzi, 2009, pp. 23-25
  • Ferruccio Ulivi, Poeti minori dell’Ottocento italiano, Milano, Vallardi, 1963, 3-56; 433-438